Paleoveneti - dischi bronzei
Autore: andetios
Inviato: Mar Giu 30, 2009 11:22 am
Nel Cador (Cadore) se gà conservà financò, in te na foła povolàr, el nome de Reitia (Reza, Rexa)
In una fiaba fasanexe (fassanese) raccolta da Hugo de Rossi fra il 1904 e il 1910, dal titolo Le Vivane e il čan si trova una ottima indicazione interpretativa del disco di Montebelluna:

In questa fiaba si parla di Reza e le soe sozze
(Rexa e łe so socie/sotze = Rezia/Retia e le sue compagne)
Questo è il documento:
http://www2.lingue.unibo.it/studi%20celtici/7-Donà.pdf
(non mi riesce di far funzionare il collegamento al pdf; copiate la strinca e incollatela sulla finestrella del motore di ricerca)
cito dal documento:
… Nella bellissima raccolta di fiabe fassane che Hugo de Rossi mise insieme fra il 1904 e il 1910 si trova un racconto particolarmente interessante, Le Vivane e il čan (v. 34), in cui vediamo un pastore che scaccia una fata una Vivana (o Anguana, Viviana, ecc.) affamata, e viene da questa maledetto.
In conseguenza della maledizione il giovane si trova ad essere sempre «affamato come un lupo» e non trova pace, per quanto mangi. Per fortuna una vecchia sapiente gli spiega come fare per liberarsi dallincantamento: egli ci riuscirà, ma non prima di essere divenuto
«peloso come un uomo selvaggio» (Ombie e čavei e barba te kresera, ke om dal bosc tu somearas).
Dobbiamo considerare questo uomo peloso dotato di appetito lupino un uomo-lupo oppure no? Io credo di sì, tanto più che la Vivana, scagliando su di lui la maledizione, lo scaccia chiamandolo «lupo malvagio » (ittene louva raskias): una espressione che, essendo inserita in una formula magica, non è certo casuale.
Ho citato questo esempio, che io trovo particolarmente interessante, perché permette anche di allargare il discorso in varie direzioni.
Per esempio ci mostra quanto la tradizione popolare soprattutto, come in questo caso, quella di zone marginali sia conservativa.
Credo che nessuno abbia notato che in questa fiaba abbiamo a che fare, in forme appena dissimulate, con una storia che ci viene riportata anche in un mito classico: il mito di Erisìttone, un tessalo che un giorno tenta di abbattere un bosco sacro a Demétra.
Secondo la versione più antica, quella che Callimaco ci ha conservato nel suo sesto inno, la dea gli compare innanzi assumendo laspetto di una sacerdotessa «tiene in mano corone e papavero e sulle spalle aveva la chiave» (v. 44) e tenta di sedare Erisìttone («Figlio, che colpisci gli alberi sacri agli dèi, / figlio, fermati, figlio…», vv. 47-4
, ma sperimentando la sua rabbiosa empietà lo maledice: lo chiama due volte «cane» (v. 63: κύον, κύον: il rovesciamento rispetto al τέκυον τέκυον dei vv. 46-47 è palese) e «subito in lui scagliò una voracità dura e feroce, / bruciante e tenace: si logorava in grave malattia.
Sciagurato, di quanto mangiava, di tanto lo prendeva desiderio di nuovo» (vv. 66 ss.).
Tanto per completare il quadro, non sarà inutile aggiungere che nel testo fassano la Vivana toglie la maledizione invocando Reza e le soe sozze Rezza e le sue compagne (< SOCIAE): e in questa figura riconosciamo agevolmente la grande dea della civiltà venetica, quella Retia usualmente identificata con Artemide Ortia che nella sua più famosa raffigurazione, il cosiddetto disco di Montebelluna, ci appare, guarda caso, in compagnia di un lupo, con una grande chiave in mano, e circondata da una corona di fiori.
La presenza della chiave, tanto nel disco che nellinno callimacheo, mi pare soprattutto di grande importanza.
Quale possa essere il valore simbolico di questo oggetto si può dedurre già solo dal fatto che esso figura nello stemma papale; ma per restare nellambito che ci concerne, basterà rilevare che il picchio, secondo alcune leggende popolari, conosce una radice in grado di aprire tutte le serrature, che la chiave, nel folklore, è tuttora considerata uno dei rimedi contro la licantropia, e che il primo inno orfico, dedicato ad Ecate, signora della magia e delle metamorfosi, descrive la dea come «notturna amica dei cani» (v. 5), «simile a belva ruggente» (v. 6) e «signora che porta le chiavi di tutto luniverso» (v. 7).
Ed Ecate è naturalmente la triplice dea delle streghe, quelle streghe che, sin dalle origini stesse del Medioevo sono inestricabilmente connesse coi lupi mannari, che cavalcano ai lupi per recarsi al sabba, e hanno la facoltà di tramutarsi in lupo, come narrano, per esempio, Virgilio nellottava bucolica, la Saga dei Volsunghi o il Persiles y Sigismunda di Cervantes.
Nota: n 34. H. DE ROSSI DI S. GIULIANA, Fiabe e Leggende della Val di Fassa, ed. U. KINDL, Vigo di Fassa, Istitut Cultural ladin «Majon di fasegn», 1984, pp. 154-160
Ringrazio l’antropologo (?) Silvano da Pordenone per la segnalazione di questo studio del Donà.
Ah come sono felice oggi!
Pubblicato: Luglio 4th, 2009 in Forum Runa.
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